I saggi che perverranno saranno selezionati con il metodo della peer review. L’indirizzo al quale spedirli è il seguente: direzione@aisthesisonline.it.
Tutti i saggi inviati dovranno essere conformi alle norme redazionali della rivista.
Gli autori dei saggi saranno contattati dalla redazione.


Giugno 2012 – Paul Valéry: strategie del sensibile

Curatori: Jean-Michel Rey e Benedetta Zaccarello

Deadline for submission: gennaio 2012

Che si tratti della ricerca operata in vivo sul soggetto che pensa o della critica alle forme tradizionali della filosofia, delle riflessioni sulla fisiologia della cultura o della ricostituzione dell’officina della poesia, la démarche propria al pensiero di Paul Valéry sembra consistere costantemente in un doppio processo che, mentre individua le polarità all’opera nel fenomeno  analizzato, tenta altresì la mappatura del loro frangente, cerca di tracciare il loro confine di reversibilità, scava a trovarne l’estremo punto sensibile. In tal senso, tutta l’opera valeriana, dall’epistemologia alla filosofia della letteratura, può essere compresa come un tentativo di tenere insieme pratica e teoria di quel margine polimorfo e infinitamente creativo che Valéry stesso battezza sensibilité. Bordo sfuggente che stempera ogni ipostatizzazione e smaschera la riduttiva individuazione delle identità, principio dinamico e punto di compresenza degli opposti (attivo/passivo; attuale/virtuale; tràdito/inaudito; qualitativo/quantitativo; fisiologico/spirituale, individuale/universale, …) la sensibilità è nel lavoro di Valéry campo privilegiato di osservazione e strumento di analisi al tempo stesso: circoscriverne gli ambiti per coglierne il funzionamento non può prescindere, secondo Valéry, da un ripensamento radicale delle forme stesse dell’indagine. Nel segno del Leonardo valeriano, quest’ultima finisce allora per sfondare i confini disciplinari consueti, dando al pensiero il fine di creare all’uomo ‘occhi nuovi’. Donde l’assurgere  dell’estetica a filosofia prima, previa la sua obliterazione come disciplina tradizionale, attraverso la dissoluzione di quest’ultima in estesica e poiesica, ovvero in fisiologia ed energetica degli ambiti del sensibile. E donde, ancora e forse soprattutto, l’articolata gamma delle strategie di scrittura e di riflessione esplorate da Valéry, sentieri di un pensiero sensibile che si ripropone di scardinare dall’interno la geometria delle forme tradizionali e le consuete partizioni disciplinari. A questo numero di Aisthesis il compito di ripercorrerle e di interrogarne il rapporto con l’originalità del portato teorico dell’opera di Valéry.

De la recherche opérée sur le vif du sujet qui pense à la critique des formes traditionnelles de la philosophie, des réflexions sur la physiologie de la culture aux considérations théoriques au sujet du laboratoire de la poésie, la démarche valéryenne se caractérise par un double mouvement, tâchant d’une part de comprendre chaque phénomène dans les termes d’une tension entre polarités opposées, essayant de l’autre d’isoler et donner voix à leur réversibilité potentielle. En ce sens, qu’elle s’applique à une épistémologie de l’esprit et du vivant, ou qu’elle s’attarde sur des considérations de théorie littéraire, l’œuvre de cet auteur se laisse toujours comprendre comme une tentative – à la fois théorique et pratique – d’implémenter la marge de ce que le « système » valéryen nomme sensibilité : un « pouvoir » qui serait à la fois instrument et objet de l’exploration vertigineusement attentive menée sur l’humain par l’« inhumain ». Dans sa double fonction de terrain de l’observation et de principe heuristique, la sensibilité devient alors l’outil qui permet à Valéry, au lieu d’hypostasier la pensée en cristallisations conceptuelles, de peindre la conscience dans ses flux et ses phases, d’en rendre les lacunes fécondes d’images, à l’instar du Léonard valéryen dessinant sans arrêt ses formes, prêtant à la nature la fluidité de son trait et la plénitude de son imagination. De même, Valéry veut saisir sensiblement les dynamiques de cette incarnation de l’intelligence qu’est la sensibilité : à travers ses dispositifs scripturaux et ses stratégies d’analyse, il cherche à en retracer les oscillations, captant les dynamiques qui lui seraient propres et la co-appartenance profonde des principes apparemment opposés qui l’animent (actuel/virtuel ; actif/passif ; traditionnel/inouï ; qualitatif/quantitatif ; physiologique/spirituel ; individuel/universel ; … ). De ce point de vue,  loin d’être un champ de recherche parmi d’autres, l’esthétique ne peut que prendre les traits, chez Valéry, d’une philosophia prima, libérant les potentiels inexplorés de la discipline, dont les notions de poïétique et d’esthésique ne font qu’évoquer l’ampleur.
C’est à partir d’une telle perspective que ce numéro de la revue Aisthesis entend interroger l’œuvre de Valéry, proposant d’analyser cette dernière non seulement dans la spécificité de sa démarche esthétique, mais aussi dans les formes qu’elle déploie pour faire de l’écriture abstraite le lieu d’un questionnement (du) sensible.


Dicembre 2012 – Il verso dell’immagine: destra/sinistra, alto/basso, davanti/dietro

Curatori: Andrea Pinotti e Alice Barale

Deadline for submission: marzo 2012

Non fa lo stesso se le cose, pur rimanendo le stesse, stanno a destra o a sinistra, sopra o sotto, davanti o dietro. Nello spazio vissuto della nostra esperienza quotidiana, nello spazio del mito e delle religioni, non ci troviamo di fronte a una spazialità neutra, omogenea, infinita e isotropa, cioè indifferente alla direzione. Al contrario, la possibilità di muoversi sensatamente nello spazio, radicata nel mio corpo proprio e nelle sue prassi (come Kant aveva ben visto nei saggi precritici e critici dedicati alle regioni dello spazio e all’orientamento), è affidata a quei tre assi principali e alle differenze da essi istituite. Lo stesso vale per lo spazio dell’immagine, intesa sia come image sia come picture. Vero e proprio campo energetico, la sua superficie e’ attraversata (come mostra tra i primi Kandinskij) da vettori dinamici e forze di resistenza che ne compongono, nella loro tensione piu’ o meno armonica, la struttura. Questo numero di “Aisthesis” si propone di indagare come le articolazioni destra/sinistra, alto/basso, davanti/dietro facciano differenza – sintattica, semantica, pragmatica e simbolica – per l’immagine, e quali modelli teorici siano stati proposti (e a partire da quali presupposti, più o meno consapevolmente assunti) per comprendere tale differenza, allo scopo di contribuire a un capitolo decisivo della fenomenologia della sfera iconica. E della sua mitologia.

It is not the same if things, even if they remain the same, are positioned on the right or on the left, underneath or above, at the back or at the front. In the space of our daily experience, in the space of myth and in the space of religion, we don’t come across a neutral, homogeneous, infinite and isotropic space, ie. a space which is indifferent to directions. On the contrary, our possibility of moving sensibly in space, which is rooted in our body and in its activity (as Kant wrote in his pre-critical and critical essays dedicated to regions of space and orientation), hangs on these three principal axis and on the differences they set up. We can say the same about the space of the image or picture. We can see images as energy fields, on whose surfaces (as Kandinskij shows us) different dynamical vectors and forces of resistance cross one another and, through their more or less harmonic tension, build up a structure. This number of “Aisthesis” intends to investigate how these marks, ie. right/left, underneath/above, back/front, can make a difference – from a syntactic, semantic, prag matic and symbolic point of view – for the image, as well as the theoretical models (and the conscious or unconscious assumptions) that have been put forward to account for this difference. We hope in that way to contribute to a fundamental chapter of iconic sphere’s phenomenology, and of its mythology.


Aprile 2013 – Estetiche senza “bellezza”. Oltre l’Occidente

Curatori: Chiara Cantelli e Marcello Ghilardi

Deadline for submission: settembre 2012

Se l’estetica non si è sviluppata soltanto come riflessione sul “bello”, è pur vero che la riflessione filosofica intorno ai temi della percezione e delle categorie dell’arte si è sempre confrontata, in Occidente, anche con la questione della Bellezza – sensibile o intelligibile, corporea o spirituale – legandola spesso a quella del Bene e della Verità. Tuttavia, a fronte di una esportazione dell’estetica come specifica disciplina filosofica in paesi diversi da quelli occidentali, e nonostante l’apparente traducibilità immediata dei termini che appartengono al suo tradizionale lessico, una lettura attenta dei testi e delle esperienze artistiche di culture differenti mostra come la categoria del Bello non sia universale, soprattutto per quanto riguarda la sua idealizzazione astratta. In altri termini, anche là dove si riconosce la presenza di una “bella opera”, o di un “bel gesto”, non necessariamente si dà l’edificazione di una idea di bellezza. Elaborando e interrogando queste differenze, questi scarti determinati che diverse esperienze mettono in campo, si intende offrire la possibilità di sondare altre forme possibili di percezione del mondo. La concezione pigra e corriva di un concetto universale di bellezza, o la volontà di rendere conto di confronto con la natura o con l’arte che risponda alle categorie proprie del pensiero occidentale dovrebbero aprirsi alla fecondità della differenza: non solo per cogliere nuove forme di intelligibilità, ma anche per riscoprire e contrario l’originalità e la singolarità le opzioni costruite dal pensiero europeo. Attraverso un confronto con alcuni momenti del pensiero estetico (ma potremo ancora chiamarlo immediatamente così?) indiano, africano, cinese o giapponese si potrà tentare di decostruire, rielaborare, riaprire la nozione di bellezza, e cercare di ampliare la nostra esperienza del mondo.