Il primo passo consiste nel passare dal mondo epochizzato (kantianamente) come “oggetto di possibile esperienza” al mondo direttamente esperito nel corpo vivo (Leib). Nel non farsi cioè medusizzare dall’imposizione trascendentale o tecnoscientifica di un numerus clausus al vasto campo dell’esperienza. Nell’attribuire valore viceversa, liberatisi per quanto possibile dalla vischiosità del pregresso – che sia il sentito dire e dimostrato o della onnipervasiva finzionalità statistica in quanto componente indispensabile del reale –, alla “prima impressione”, detto altrimenti a una categoria come quella di “repentinità”, solitamente svalutata dal discorso teorico e invece particolarmente pregnante nel fornire attraverso il punto-zero del Leib una comprensione delle nostre fondamentali esperienze vitali “involontarie”: di esperienze per le quali la forma mentis dominante non ha (più) gli strumenti esplicativi, una volta screditata (con Bacone) la cosiddetta experientia vaga e (col razionalismo spicciolo) il fenomeno quasi-mistico del “patire” come Ergriffenheit.
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